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11 Aprile 2018
11 Aprile 2018

Fallimento del datore di lavoro e licenziamento: la disciplina applicabile

La Corte di Cassazione, con la sentenza 7308 del 23.03.2018, ritorna sul tema degli effetti del fallimento sui rapporti di lavoro, affermando che il dipendente di un'azienda fallita non può essere automaticamente licenziato, in quanto la decisione finale spetta esclusivamente al curatore fallimentare. L'art. 2119, comma 2 c.c. stabilisce, infatti, che il fallimento non costituisce giusta causa di risoluzione del rapporto di lavoro. Non solo, tale articolo va coordinato con l'art. 72 L. Fall. il quale prevede che l'esecuzione del contratto resti sospesa fintantoché il curatore non decida se subentrare, in luogo del fallito nel contratto, ovvero di interrompere il rapporto. Dunque, dal momento della dichiarazione di fallimento il rapporto resta quiescente sino alla decisione definitiva del curatore ex art. 72 L.Fall. e, di conseguenza, difettando l’esecuzione della prestazione, viene meno, altresì, l’obbligo di corrispondere retribuzione e contributi. In conclusione, il curatore può, quindi, decidere se proseguire i rapporti, con l’obbligo di adempimento per entrambe le parti, ovvero sciogliere degli stessi, nel rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi, in quanto egli non è sottratto, in alcun modo, ai vincoli dell’ordinamento lavoristico. Di conseguenza, il lavoratore potrà reagire dinanzi ad un recesso con gli ordinari rimedi impugnatori e, ove giudizialmente venga accertata l’illegittimità del licenziamento, la curatela è esposta a tutte le conseguenze derivanti dall’illegittimo esercizio del potere unilaterale, nei limiti della compatibilità con il fallimento. Pertanto, la curatela risulta esposta a tutte le conseguenze risarcitorie previste dall’Ordinamento, secondo la disciplina applicabile tempo per tempo, a tutela della posizione del lavoratore.
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